I compagni di merende
ABBASSARE i toni, chiede il presidente della Corte Francesco Amirante. Come se la cena fra due giudici costituzionali, il capo del governo e il suo guardasigilli fosse una questione di fair play privato e di bon ton istituzionale, e non invece uno scandalo e una vergogna morale. Cos'altro deve accadere, perché si percepisca l'abisso etico-politico in cui il berlusconismo ha precipitato questo paese, riproducendo per partenogenesi le forme di un conflitto di interessi sempre più endemico, pervasivo, totalizzante?
Cos'altro deve accadere, perché si comprenda l'imbarbarimento giuridico-normativo in cui il berlusconismo ha trascinato lo Stato di diritto, trasformandone i "servitori" irreprensibili in co-autori irresponsabili delle sue leggi ad personam?
Le parole dei due giudici coinvolti nel caso si commentano da sole. A colpire, nell'eloquio di Luigi Mazzella e di Paolo Maria Napolitano, non è solo la corriva complicità di chi detta per lettera un "caro Silvio, siamo oggetto di barbarie", né la banale volgarità di chi obietta "a casa mia invito chi voglio". Un frasario da "compagni di merende", più che da principi del foro, che nessuna frequentazione presente o passata (per rapporti privati di amicizia o relazioni pubbliche d'ufficio) potrebbe oggi giustificare. Ma quello che inquieta e indigna è la condivisione di un format ideologico caro al presidente del Consiglio, che rovescia sugli avversari la sua visione illiberale e autoritaria del potere. "Un nuovo totalitarismo" che "malauguratamente dovesse privarci delle nostre libertà personali": ne scrive Mazzella, e sembra di sentire l'ennesimo comizio assurdamente resistenziale del Cavaliere. "Siamo vittime di un tentativo di intimidazione": ne sragiona Napolitano, e pare di ascoltare l'ennesima giaculatoria falsamente vittimistica del Caimano.
Nessuno riuscirà a far fare un passo indietro a questi due "uomini di legge", che della legge fanno strame, in nome della legge. È un gioco di parole, ma proprio questo è il vero cortocircuito che impedisce e impedirà qualunque intervento su due giudici che hanno ineluttabilmente violato tutti i codici deontologici, anche se nessun codice penale. Ha formalmente ragione il Capo dello Stato, a spiegare attraverso i suoi uffici che un provvedimento del Quirinale, in un caso come questo, "non ha fondamento perché interferirebbe nella sfera di insindacabilità della Corte". Costituzione alla mano, è assolutamente vero. Come, Costituzione alla mano, è assolutamente vero che i giudici della Consulta appartengono a una sfera diversa rispetto a quelli ordinari. Diversi i criteri di nomina e di elezione, differenti le regole di carriera, che li esclude dal cursus dei concorsi e dalla disciplina del Csm. Proprio in quanto rappresentanti di un organo di rilevanza costituzionale che deve decidere spesso su questioni che riguardano altri poteri dello Stato, non subiscono gli stessi limiti cui sono esposti gli altri "contropoteri".
Ma si potrebbe dire che proprio lo "status" speciale di questi giudici, per la cruciale importanza delle questioni di principio sulle quali sono chiamati a decidere e sui quali poggia l'intero Stato di diritto, li espone ad un "self restraint" infinitamente maggiore, e non indiscutibilmente minore, rispetto a quello cui devono sentirsi sottoposti un gip, un gup, un pm o un magistrato di corte d'appello. L'inalienabile principio della "terzietà", per loro, dovrebbe valere immensamente di più di quanto non valga per un giudice civile, che per esempio, come prevede l'articolo 51 del codice di procedura, è obbligato all'istituto dell'astensione "se ha un interesse nella causa o in altra vertente su identica questione di diritto", e soprattutto "se egli stesso o la moglie è parente... o è commensale abituale di una delle parti o di alcuno dei difensori". Perché un pretore deve astenersi da una causa se ha pranzato più volte con il denunciante nella stessa controversia, e Mazzella e Napolitano potranno allegramente decidere della legittimità costituzionale del lodo Alfano, pur avendo cenato infinite volte con il vero, unico beneficiario di quello scudo processuale che lo mette al sicuro da una probabile condanna penale? Basta il fatto che il primo sia obbligato al passo indietro da un articolo testuale del codice, e i secondi possono sottrarsi all'obbligo solo perché non c'è una norma espressa che glielo imponga? Eppure questo succede, e questo succederà quando il 6 ottobre cominceranno le udienze della Consulta su quella scellerata legge salva-premier. Con buona pace di tutti. A partire dallo stesso Cavaliere. Ha tuonato per anni contro la Corte, "covo di comunisti" e architrave del "pentagono rosso" che domina l'Italia bolscevica, e oggi ne capta la benevolenza attraverso un'intollerabile forma di diplomazia conviviale. Ha insultato il giudice Gandus definendola "toga eversiva" e ha tentato di ricusarla solo perché, avendo partecipato a qualche iniziativa di Magistratura democratica contro qualcuna delle sedicenti "riforme della giustizia" del Polo, sarebbe stata incapace della necessaria obiettività di giudizio nel decidere su di lui al processo Mills. E ora difende a spada tratta due "toghe corrive" perché, pur avendo più volte condiviso con lui la tavola in questi mesi di serena bisboccia, in autunno avranno sicuramente la necessaria obiettività di giudizio nel decidere sulla costituzionalità di una legge che lo riguarda in prima persona.
Invocare il ripristino della "sacralità" degli organi di garanzia, come fa Di Pietro, è purtroppo una pia illusione. In questa perpetua eresia italiana i mercanti presidiano il tempio. E non si vede più chi li possa cacciare.
(3 luglio 2009)
Zorro di Marco Travaglio, l'Unità del 21/06/2009
Zorro di Marco Travaglio, l'Unità del 20/06/2009
Signornò di Marco Travaglio, l'Espresso del19/06/2009
Zorro di Marco Travaglio, l'Unità del 19/06/2009
Il Personaggio di Marco Travaglio, l'Unità del 18/06/2009
Zorro di Marco Travaglio, l'Unità del 18/07/2009
Peccherò di megalomania ma vorrei consigliare a Paolo Sorrentino una idea per un Suo prossimo film.
Scelgo lui perchè il Suo "Divo" mi è davvero piaciuto. Quel che si suol dire "un film non per tutti" ma per addetti ai lavori e gente ben informata, specie sul passato neanche troppo lontano di questo paese. Un film criptico, cifrato in modo che lo spettatore sprovveduto, disinformato, l'archetipo dell'homo videns Berlusconiano per intenderci, nel vederlo, non possa dir altro che: "Il Divo? è una cagata pazzesca, non c'ho capito na sega!"
Giusto così: è per gente del genere che esistono i fecondi Vanzina, i film miserabondi provenienti da ambienti dello Zelig, quelli - davvero penosi - di Aldo, Giovanni e Franco (i 3 idioti della Wind), Pieraccioni, Moccia, quell'altro lì, quello de "l'ultimo bacio".. una povertà d'argomenti e di idee che stigmatizza il livello culturale della società italiana nel pieno dell'era Berlusconiana dopo un ventennio abbondante di Berlusconismo.
Un film come "Il Divo" nasce film di culto. Ha un metodo narrativo che deve molto al video clip ma ogni sequenza merita attenzione, ci sono dei passaggi in cui si racconta un fatto architettando con brillante fantasia un carosello onirico che spiazza e fa riflettere, che aggiunge senz'altro una tensione emotiva alla scena in altri modi (quelli canonici) difficilmente ottenibile.
Non giudico nel merito una storia senz'altro filtrata dalla mente del regista, cerco di guardare tecnicamente (pur non avendone titolo) ad un film che resterà nella storia della cinematografia italiana per diversi motivi.
Ma veniamo al dunque:
A' Sorrenti', l'altro giorno mentre leggevo nel mio ufficio (il cesso) un libro che grazie al cielo sta sbancando al botteghino (Profondo Nero), leggendo di una certa borsa in pelle che Enrico Mattei portava con sé durante il disastroso ultimo viaggio in Sicilia, la borsa che pare essere stata recuperata nel cratere di Bascapé da un misterioso uomo che parrebbe essere proprio l'Eugenio Cefis che di lì a poco prese in mano le redini dell'Eni e che pare essere il padre della Loggia Massonica P2; leggendo di certi appunti spariti in cui Mauro de Mauro, il giornalista ucciso dalla lupara bianca in Sicilia (in realtà il corpo non è mai stato trovato), aveva annotato - forse - le prove dell'attentato omicida a E.Mattei; leggendo del manoscritto andato perduto intitolato "Petrolio" per il quale Pasolini potrebbe esser stato ucciso....
Ecco leggendo di questi documenti "andati provvidenzialmente persi" che potrebbero fare chiarezza una volta per tutte su certi misteri rimasti irrisolti nel nostro paese mi sono venute in mente altre cose..
Del tipo: la famosa Agenda Rossa di Paolo Borsellino, il tristemente noto "papello" in cui mafia e politica gettano le basi di un sodalizio che dura tutt'oggi, la misteriosa valigia di Ilaria Alpi, i tracciati di volo ed alcune bobine scomparse in relazione all'incidente di Ustica, e chi più ne ha più ne metta (considerando anche l'inestimabile mole di documentazione esistente a prescindere dalla consapevolezza di inquirenti e opinione pubblica circa la sua effettiva esistenza [mi viene in mente quel che può esistere, specie in forma epistolare, sul "Caso Moro"]).
E' tollerabile pensare che tutto questo popò di roba sia andato totalmente distrutto da chi ne era in possesso?
O è più verosimile ipotizzare un mercato sotterraneo di questa documentazione, che passa d'in cassaforte in cassaforte, per assicurare potere ricattatorio a chi la possiede?
Storie di una Repubblica fondata sul sangue e sulle menzogne, un paese dove s'è combattuta una guerra fredda nella guerra fredda, un paese che tutt'oggi è un laboratorio con gli occhi di tutto il mondo civile su di sé.
E allora se io ho la valigetta in pelle di Enrico Mattei zeppa di documenti perlomento compromettenti la politica ed imprenditoria del tempo (e di riflesso quella odierna), col cazzo che la do alle fiamme. Sono Eugenio Cefis, non il figlio del "povero asciugamano bianco". Questa roba mi serve e se mi dovesse accadere qualcosa farei in modo che tutto il contenuto della valigetta venisse reso pubblico.
Ora Cefis è morto da 5 anni. E si può verosimilmente ipotizzare che la valigetta in pelle dell'Ing. Mattei sia iniziata a girare nel mercato.
Sarebbe bello che un buon regista come Sorrentino ci raccontasse la "Sua visione", con i dovuti risvolti e intrecci, di questo mercato molto probabilmelmente esistente.
L'IDEA che ogni comportamento e ogni scelta personale di chi riveste funzioni pubbliche delicatissime debbano essere sottratti a qualunque obbligo - anche elementare - di opportunità, di misura e di riservatezza è semplicemente aberrante.
E rovescia nella sostanza delle cose - mentre pretende di applicarlo letteralmente - un caposaldo dell'etica liberale. Che questo modo di ragionare - dove si eleva l'anomia e l'arbitrio individuale a principio universale di condotta - sia quello di un giudice della Corte Costituzionale, se non arriva ancora a farci disperare del futuro del nostro diritto e della nostra Costituzione (c'è ben altro, per fortuna, alla Consulta), ci fa interrogare però con angoscia sul degrado del nostro discorso pubblico, e sul senso dello Stato che circola in ambienti giuridici e politici tutt'altro che marginali.
La lettera aperta che il giudice Mazzella ha scritto al presidente del Consiglio è un testo troppo meschino per essere veramente preoccupante dal punto di vista culturale: ci senti dentro un'aria di combriccole, di tavole imbandite, di domestiche fedeli e di chiacchiere, che nulla ha che fare con quello che dovrebbe essere lo spirito, il costume, lo stile mentale di un grande Servitore del diritto e della giustizia, quali che siano i suoi punti di riferimento ideali. I giudici costituzionali avrebbero da rispettare uno status, che qui risulta violato nella forma e nella sostanza. Non c'è nella lettera una sola parola che rimandi all'altissima funzione ricoperta da chi la scrive, e ai doveri che essa prescrive - doveri scritti e non scritti: nulla di nulla; un silenzio agghiacciante.
Il punto più grave è però un altro. Con questa lettera, il giudice Mazzella si colloca apertamente dal lato di una parte politica, di cui usa gli stessi argomenti, e dal cui fondo ideologico si rivela interamente catturato. A questo punto non ha importanza cosa si siano davvero detti nella cena con il presidente del Consiglio e con il ministro Alfano (anch'egli un suo vecchio amico, o convenuto alla bisogna?). Non ha importanza se abbiano o meno parlato di questo o di quell'argomento. Il giudice ora si è fatto parte - litem suam fecit, come si dice in quel latinetto che dovrebbe essergli familiare - e in un modo così clamoroso e intenzionale che sfiora la provocazione. E dunque non può giudicare in una contesa cruciale - il cosiddetto "lodo Alfano", appunto - per quella parte che egli ha così spudoratamente deciso di abbracciare pubblicamente. Come sempre in questi casi, la questione privata diventa inevitabilmente pubblica, e la dismisura dei comportamenti personali si trasforma in violazione di principi giuridici fondamentali.
A questo punto, il minimo che si possa chiedere è che il giudice scelga di astenersi dal partecipare alle sedute in cui la Corte, in autunno, sarà chiamata a giudicare sulla costituzionalità delle norme che assicurano l'impunità alle più alte cariche dello Stato. Egli, per atti concludenti, si è già espresso in merito, e, come sa benissimo, questo è inammissibile. Non è più questione di amicizia con il premier. È il principio della terzietà del giudice, che è stato violato con la sua lettera. Se ne renda conto, e faccia quanto deve: quanto noi tutti ci aspettiamo da lui. È ancora in tempo.
(2 luglio 2009)
Mentre in Irlanda pronosticano una "lunga estate calda e turbolenta" per Silvio Berlusconi (sono convinto che lo sarà di più per noi sudditi), in Italia Domenico Cozzolino, il machoman fatto con lo stampino ex "corteggiatore" in un programma spazzatura di Maria De Filippi (non chiedetemi ulteriori spiegazioni: io la merda la evacuo, non la mangio), dichiara di essere ormai l'ex fidanzato di Noemi. La spiegazione che da al settimanale Diva e Donna è che "è stato allontanato dai famigliari perchè sapeva troppo".
Perdinci, che avrà saputo Cozzolino di così compromettente da comportare questo allontanamento coattivo? Probabilmente lo sapremo nelle prossime puntate del sequel di "Una Storia Italiana", il prezioso fotoromanzo che nel 2001 raggiunse a casa la pressochè totalità delle famiglie italiane, ed i cui imprevisti sviluppi stanno facendo il giro del pianeta da mesi, cagionando l'ilarità del mondo civile e non, e lo sdegno e la vergogna di migliaia di italiani all'estero (questa è vera: una volta gli stranieri ci dicevano "italiani = pizza, mafia e mandolino". Oggi dicono: "italiani = Berlusconi").
Intanto l'inchiesta di Bari sui Tarantini e gli appalti pilotati sulle forniture di macchinari sanitari, sul giro di prostitute che per magia mollano il mestiere più vecchio del mondo per candidarsi in politica, e sul giro di cocaina, giusto compendio per chi non si vuol far mancare proprio niente nelle serate alla "lucignolo bellavita", comincia a produrre i primi effetti concreti nel mondo della politica.
Nichi Vendola ha infatti azzerato la giunta regionale pugliese.
Buona lettura.