venerdì, 03 luglio 2009 - 16:09

I compagni di merende

di MASSIMO GIANNINI, LA REPUBBLICA

ABBASSARE i toni, chiede il presidente della Corte Francesco Amirante. Come se la cena fra due giudici costituzionali, il capo del governo e il suo guardasigilli fosse una questione di fair play privato e di bon ton istituzionale, e non invece uno scandalo e una vergogna morale. Cos'altro deve accadere, perché si percepisca l'abisso etico-politico in cui il berlusconismo ha precipitato questo paese, riproducendo per partenogenesi le forme di un conflitto di interessi sempre più endemico, pervasivo, totalizzante?

Cos'altro deve accadere, perché si comprenda l'imbarbarimento giuridico-normativo in cui il berlusconismo ha trascinato lo Stato di diritto, trasformandone i "servitori" irreprensibili in co-autori irresponsabili delle sue leggi ad personam?
Le parole dei due giudici coinvolti nel caso si commentano da sole. A colpire, nell'eloquio di Luigi Mazzella e di Paolo Maria Napolitano, non è solo la corriva complicità di chi detta per lettera un "caro Silvio, siamo oggetto di barbarie", né la banale volgarità di chi obietta "a casa mia invito chi voglio". Un frasario da "compagni di merende", più che da principi del foro, che nessuna frequentazione presente o passata (per rapporti privati di amicizia o relazioni pubbliche d'ufficio) potrebbe oggi giustificare. Ma quello che inquieta e indigna è la condivisione di un format ideologico caro al presidente del Consiglio, che rovescia sugli avversari la sua visione illiberale e autoritaria del potere. "Un nuovo totalitarismo" che "malauguratamente dovesse privarci delle nostre libertà personali": ne scrive Mazzella, e sembra di sentire l'ennesimo comizio assurdamente resistenziale del Cavaliere. "Siamo vittime di un tentativo di intimidazione": ne sragiona Napolitano, e pare di ascoltare l'ennesima giaculatoria falsamente vittimistica del Caimano.

Nessuno riuscirà a far fare un passo indietro a questi due "uomini di legge", che della legge fanno strame, in nome della legge. È un gioco di parole, ma proprio questo è il vero cortocircuito che impedisce e impedirà qualunque intervento su due giudici che hanno ineluttabilmente violato tutti i codici deontologici, anche se nessun codice penale. Ha formalmente ragione il Capo dello Stato, a spiegare attraverso i suoi uffici che un provvedimento del Quirinale, in un caso come questo, "non ha fondamento perché interferirebbe nella sfera di insindacabilità della Corte". Costituzione alla mano, è assolutamente vero. Come, Costituzione alla mano, è assolutamente vero che i giudici della Consulta appartengono a una sfera diversa rispetto a quelli ordinari. Diversi i criteri di nomina e di elezione, differenti le regole di carriera, che li esclude dal cursus dei concorsi e dalla disciplina del Csm. Proprio in quanto rappresentanti di un organo di rilevanza costituzionale che deve decidere spesso su questioni che riguardano altri poteri dello Stato, non subiscono gli stessi limiti cui sono esposti gli altri "contropoteri".

Ma si potrebbe dire che proprio lo "status" speciale di questi giudici, per la cruciale importanza delle questioni di principio sulle quali sono chiamati a decidere e sui quali poggia l'intero Stato di diritto, li espone ad un "self restraint" infinitamente maggiore, e non indiscutibilmente minore, rispetto a quello cui devono sentirsi sottoposti un gip, un gup, un pm o un magistrato di corte d'appello. L'inalienabile principio della "terzietà", per loro, dovrebbe valere immensamente di più di quanto non valga per un giudice civile, che per esempio, come prevede l'articolo 51 del codice di procedura, è obbligato all'istituto dell'astensione "se ha un interesse nella causa o in altra vertente su identica questione di diritto", e soprattutto "se egli stesso o la moglie è parente... o è commensale abituale di una delle parti o di alcuno dei difensori". Perché un pretore deve astenersi da una causa se ha pranzato più volte con il denunciante nella stessa controversia, e Mazzella e Napolitano potranno allegramente decidere della legittimità costituzionale del lodo Alfano, pur avendo cenato infinite volte con il vero, unico beneficiario di quello scudo processuale che lo mette al sicuro da una probabile condanna penale? Basta il fatto che il primo sia obbligato al passo indietro da un articolo testuale del codice, e i secondi possono sottrarsi all'obbligo solo perché non c'è una norma espressa che glielo imponga? Eppure questo succede, e questo succederà quando il 6 ottobre cominceranno le udienze della Consulta su quella scellerata legge salva-premier. Con buona pace di tutti. A partire dallo stesso Cavaliere. Ha tuonato per anni contro la Corte, "covo di comunisti" e architrave del "pentagono rosso" che domina l'Italia bolscevica, e oggi ne capta la benevolenza attraverso un'intollerabile forma di diplomazia conviviale. Ha insultato il giudice Gandus definendola "toga eversiva" e ha tentato di ricusarla solo perché, avendo partecipato a qualche iniziativa di Magistratura democratica contro qualcuna delle sedicenti "riforme della giustizia" del Polo, sarebbe stata incapace della necessaria obiettività di giudizio nel decidere su di lui al processo Mills. E ora difende a spada tratta due "toghe corrive" perché, pur avendo più volte condiviso con lui la tavola in questi mesi di serena bisboccia, in autunno avranno sicuramente la necessaria obiettività di giudizio nel decidere sulla costituzionalità di una legge che lo riguarda in prima persona.

Invocare il ripristino della "sacralità" degli organi di garanzia, come fa Di Pietro, è purtroppo una pia illusione. In questa perpetua eresia italiana i mercanti presidiano il tempio. E non si vede più chi li possa cacciare.

(3 luglio 2009)

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Coinvolti --->
venerdì, 03 luglio 2009 - 15:34

Zorro di Marco Travaglio, l'Unità del 21/06/2009

Siccome «nomina sunt consequentia rerum», sulla scena degli scandali berlusconiani, do­po Topolanek, irrompe l'on. Bocchino: «In questa vicenda ci sono apparati dello Stato fuori controllo». Non ce l'ha con l'apparato riproduttivo di Al Tappone, già devastato da un editoriale di Fel­tri, ansioso di far sparire l'arma del delitto («facen­do strame della privacy, affermo che Silvio è senza prostata... e buonanotte al sesso. La scienza fa mi­racoli tranne uno: quello»). No, Bocchino ce l'ha coi servizi segreti, ovviamente deviati: «Dovrebbe­ro occuparsi della sicurezza del premier, scortarlo, proteggerlo». Invece colludono coi nemici della Na­zione: tipo il fotografo Zappadu che, secondo l'au­torevole Il Giornale, ha «rapporti coi servizi». Tesi suggestiva, anche perché Al Tappone ha governato 8 anni su 15 e ha sempre trafficato coi servizi. E l'altro giorno ne ha riuniti i capi a Palazzo Chigi: c'erano il coordinatore Gianni De Gennaro, a suo tempo confermato da Al Tappone a capo della poli­zia nonostante i fattacci del G8 di Genova, o forse proprio per quelli (ora è imputato per induzione alla falsa testimonianza dell'ex questore); e l'ex di­rettore del Sismi Niccolò Pollari, sebbene sia impu­tato a Milano per il sequestro di Abu Omar e a Peru­gia per peculato con Pio Pompa (avrebbero spiato «presunte opinioni politiche, contatti e iniziative di magistrati, funzionari dello Stato, associazioni di magistrati anche europei, giornalisti e parlamentari»), o forse proprio per questo. Dal che si deduce che cosa intendano lorsignori per «servizi deviati»: quelli che lavorano per lo Stato.
venerdì, 03 luglio 2009 - 15:29

Zorro di Marco Travaglio, l'Unità del 20/06/2009

Chi pensava, anzi sperava, che i talloni d'Achille di Al Tappone fossero la mafia, le tangenti, i fondi neri, i conflitti d'interessi, aveva sopravvalutato l'Italia e gli italiani. Ora che l'"utilizzatore ultimo" sprofonda per gli eccessivi "quantitativi di donne" (secondo le poetiche defi­nizioni ghediniane), chiediamo umilmente scusa a un paese ridotto a un film minore di Alvaro Vitali per esserci troppo occupati delle quisquilie di cui sopra. Là dove non poterono le ultime parole di Borsellino e le indagini di valorosi pm milanesi e siciliani, potranno forse gli stock di signorine a tas­sametro traghettate da un fabbricante di pròtesi nelle magioni del Premier Utilizzatore su mezzi aerei e nautici degni dello sbarco in Normandia; e la candid camera di una delle "utilizzate", sfuggita alla formidabile security di Palazzo Grazioli. Ogni epoca ha il 25 luglio che si merita. Restano da capi­re alcuni particolari:
1) chi saranno il Dino Grandi e il Galeazzo Ciano di questo film dei Vanzina che si sta girando fra Palazzo Grazioli e Palazzo Chigi;
2) che ne sarà della Guardia Repubblicana alla ca­duta del satrapo (l'altroieri Ostellino lo paragona­va a Cavour, mentre Chirac raccontava le visite guidate ai bidet di Villa Certosa, accompagnate da apprezzamenti berlusconiani sulle "chiappe" che vi si erano posate);
3) con quali leggi ad personam, anzi ad pisellum, Al Tappone conta di salvar­si dall'inchiesta di Bari. Essendo stato intercettato non da una toga rossa, ma da un'amica escort ar­mata di cellulare, abolire le intercettazioni non ba­sta più.
Bisogna abrogare i telefonini.
venerdì, 03 luglio 2009 - 15:25

Signornò di Marco Travaglio, l'Espresso del19/06/2009

Era inevitabile che il settimanale "Oggi" pubblicasse le foto rubate di Veronica Larìo col nipotino in un resort della Puglia. La signora è protagonista di una vicenda che più pubblica non si può: il divorzio dal premier che - parole sue - «frequenta minorenni» e «non sta bene». Resta da capire la differenza tra le sue foto e quelle del potentissimo consorte, a parte il fatto che il consorte è potentissimo. La Procura di Roma ha sequestrato, à la carte, le foto di lui e incriminato il fotografo, seguita a ruota dall'apposito Garante della Privacy. Nulla di tutto questo per le foto di lei. La privacy all'italiana è come la legge: Tomas Milian nei panni di Er Monnezza la paragonava alla «minchia: a volte si allunga, a volte si ritira». Domenica, per rifarsi una verginità, Berlusconi s'è fatto immortalare con il medesimo nipotino a Portofino. Foto che hanno festosamente inondato tv e giornali senz'alcuna lagnanza del premier o dei pm o del garante. L'ometto di Stato, che da 15 anni mescola pubblico e privato a scopo propagandistico, vorrebbe esibire il suo lato B solo quando fa comodo a lui. La bizzarra pretesa, inconcepibile nel resto del mondo, trova grande comprensione anche nella stampa "indipendente" nostrana. Piero Ostellino domanda sul Corriere «perché il premier dovrebbe rispondere a domande oblique il cui solo scopo è di insinuare che è andato a letto con una minorenne». E chiedere lumi a Clinton? Un anno fa "Il Giornale" dipingeva edificanti quadretti sulla Sacra Famiglia del padrone, ovviamente fasulli, dal titolo "La bella estate di Silvio" (23 luglio 2008). «Adesso», scriveva Mario Giordano con grave sprezzo del perìcolo, «non ci sono più nuvole. Le foto di Villa Certosa immortalano un momento di serenità privata: per il compleanno della moglie Veronica, Berlusconi ha radunato tutta la famiglia. I figli, i nipotini, ì giochi, le gite in barca, piccoli scampoli di ordinario lusso e straordinaria felicità. Il settimanale "Chi" coglie l'attimo, ruba qualche scatto e ne fa la copertina dell'estate... Come sono lontane le lettere a "Repubblica", i pettegolezzi, i veleni... Nemmeno una dichiarazione di Di Pietro riuscirebbe a turbare l'armonico quadretto. Mano nella mano con Veronica nel parco, non resta che gustarsi un po' di relax... È il tempo della fedeltà e della serenità, come testimoniano le foto con Veronica...». Il 28 luglio, sempre sul "Giornale", due paginoni intitolati: "Love in Portofino". «Camicia blu scuro e pantaloni abbinati, Berlusconi si presenta sorridente... la mano sempre intrecciata a quella della moglie... La nuova tendenza estiva vedrà sempre più spesso riunita, almeno nei week-end, l'intera famiglia Berlusconi». Infatti, racconta il fotografo Antonello Zappadu, nel week-end successivo (3 agosto) la signora veniva prontamente rimpiazzata con stock di fanciulle aviotrasportate a Villa Certosa, con finti matrimoni incorporati. Ma queste foto, diversamente da quelle di "Chi", gli italiani non le possono vedere. È la privacy a targhe alterne.
venerdì, 03 luglio 2009 - 15:20

Zorro di Marco Travaglio, l'Unità del 19/06/2009

Poi dicono che in Italia manca un'accurata se­lezione della classe dirigente. Sentite qua: Marcello Vernola, ex Dc, ex Dl, ex Fi, ora Udc, viene defenestrato dai berluscones alle Euro­pee per far posto a Barbara Matera, già letteronza. Ubi maior. Insegue Denis Verdini, lo raggiunge al "seminario delle 30 veline da candidare alle euro­pee", il corso intensivo serale di tre giorni tenuto da Brunetta e La Russa, e chiede spiegazioni. Rispo­sta: "Caro, tu non c'hai le poppe". Allora insegue Berlusconi fino all'Aquila: "Mi spiegò il suo proget­to di ringiovanire le liste europee con belle fanciul­le e scherzò sul fatto che non gli presentavo mai belle e giovani ragazze. Ovviamente non lo presi sul serio". E fece molto male: Al Tappone va preso sul serio solo quando scherza. Scartato il molesto postulante che non ha le poppe e non presenta mai ragazze, entrò in lista -ma solo alle comunali - la escort Patrizia, al seguito dei Matarrese. Sempre per ringiovanire. Ora, poverina, fingono tutti di non conoscerla. Tato Greco, nipote di Matarrese, spiega che lei arrivò un giorno, chiese di entrare in lista, e ci entrò subito "perché eravamo sotto con le quote rosa". Ecco, le loro quote rosa. Come dice Mavalà Ghedini, "Berlusconi ha grande rispetto per il mondo femminile": infatti, in veste di "utilizzatore finale" della merce, "non ha bisogno di pagare 2000 euro per una ragazza.. . potrebbe averne grandi quantitativi, gratis". Notare la soavi­tà dell'espressione "grandi quantitativi gratis". Pon­ti aerei di gnocca. A' dotto', c'avemo 'n grande quan­titativo de poppe gratis: che famo, scaricamo?
venerdì, 03 luglio 2009 - 15:15

Il Personaggio di Marco Travaglio, l'Unità del 18/06/2009

Un anno fa l'on. avv. Nic­colò Ghedini era un uo­mo distrutto: il cliente più lucroso del mondo, rendendosi immune dai processi col lodo Alfano, gli aveva sottratto il pane di bocca. Lui infatti s'era detto contrario al Lodo, confi­dando di «vincere i processi in aula» (nel senso di tribunale). Il noto clien­te, conoscendosi, preferì vincerli in un'altra aula (nel senso di Parlamen­to). Ma ben presto l'On. Avv. si rivelò uomo di poca fede. L'illustre cliente, per non lasciarlo disoccupato, segui­tò a combinarne di tutti i colori, ga­rantendogli una mole di lavoro che fiaccherebbe un rinoceronte. Il divor­zio da Veronica ha costretto il penali­sta a mobilitare le sue due sorelle, per dividere il lavoro. E poi l'inchie­sta Sacca, con tutte quelle ragazze da sistemare perché sennò parlano. E poi quella svampita di Noemi da Casoria, che s'è messa addirittura a par­lare. E poi la sentenza Mills, su cui il difensore del cliente non-più-imputa­to ha voluto comunque dire la sua. E poi le foto di Villa Certosa, gnocca e voli di Stato. E ora l'inchiesta a Bari su altri stock di gnocca a prezzi di rea­lizzo, stavolta a Palazzo Grazioli. E poi le comparsate tv per gridare «ma-valà» e le dichiarazioni alla stampa per difendere l'indifendibile, prima che il Cliente apra bocca e faccia altri danni. Giorni e notti a scartabellare, denunciare, esternare. Una vita d'in­ferno. Poi è chiaro che uno perde il filo e non sa più come si chiama. Co­me quando dice: «Non è casuale che l'avvocato del fotografo Zappadu sia eurodeputato Idv: una doppia veste - avvocato e parlamentare - che non si dovrebbe confondere...». O quando tenta di smentire la versione di Patrizia confermandola (e poi rettifican­do): «Ancorché fossero vere le indica­zioni della ragazza, e vere non sono, il premier sarebbe l'utilizzatore fina­le e quindi mai penalmente punibi­le».
Ecco: senza rettifica, ora sarem­mo autorizzati a definire il premier «utilizzatore finale» di ragazze a tas­sametro. E a sospettare Ghedini arte­fice del complotto ai suoi danni. In ogni caso: grazie, avvocato.
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Coinvolti ---> berlusconi silvio, ghedini niccolò
venerdì, 03 luglio 2009 - 15:10

Zorro di Marco Travaglio, l'Unità del 18/07/2009

Ieri il Tg1 delle 13.30, per dare (anzi per non dare) la notizia dell'indagine di Bari su presun­ti casi di prostituzione di fanciulle aviotraspor­tate a Palazzo Grazioli per la modica cifra di 1000-2000 euro, si è espresso come segue: «"Ancora spazzatura sui giornali, ma non mi farò condizionare". Così il premier Berlusconi sulle in­discrezioni del Corriere sull'inchiesta aperta a Bari a proposito di appalti. L'articolo parla di feste con alcune ragazze». Nemmeno il più abile degli enig­misti sarebbe riuscito a capire di che diavolo stes­se parlando. Feste dove? Come? Con chi? Perché? Martedì i terremotati hanno invaso Roma per con­testare la truffa berlusconian-bertolasiana della Nuova L'Aquila. Il Tg1 ha preferito raccontare la fantomatica ricostruzione della Casa dello studente. Nell'anticamera di Scodinzolini dev'esserci un ufficio apposito, con linguisti esperti in sciarade e codici criptati, per nascondere le notizie. Possibile che, fra i mezzibusti del Tg1, non se ne trovi uno che rifiuti di leggere certe veline? La stessa doman­da andrebbe posta alla Procura di Roma. Da mesi i capi aprono e chiudono inchieste «à la carte»: incri­minazione e perquisizione di Genchi, indagine sul fotografo Zappadu con sequestro degli scatti di Vil­la Certosa, archiviazione del caso Berlusconi-Sac­ca e ora dello scandalo voli di Stato (in due setti­mane, con spiattellamento della richiesta alla stampa, in barba al segreto investigativo). Possibi­le che, fra i tanti pm bravi e onesti della Capitale, non se ne trovi uno che si ribelli ai superiori, al grido di «not in my name»? Forza Iran.
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Coinvolti ---> minzolini augusto
venerdì, 03 luglio 2009 - 11:16

Peccherò di megalomania ma vorrei consigliare a Paolo Sorrentino una idea per un Suo prossimo film.

Scelgo lui perchè il Suo "Divo" mi è davvero piaciuto. Quel che si suol dire "un film non per tutti" ma per addetti ai lavori e gente ben informata, specie sul passato neanche troppo lontano di questo paese. Un film criptico, cifrato in modo che lo spettatore sprovveduto, disinformato, l'archetipo dell'homo videns Berlusconiano per intenderci, nel vederlo, non possa dir altro che: "Il Divo? è una cagata pazzesca, non c'ho capito na sega!"

Giusto così: è per gente del genere che esistono i fecondi Vanzina, i film miserabondi provenienti da ambienti dello Zelig, quelli - davvero penosi - di Aldo, Giovanni e Franco (i 3 idioti della Wind), Pieraccioni, Moccia, quell'altro lì, quello de "l'ultimo bacio".. una povertà d'argomenti e di idee che stigmatizza il livello culturale della società italiana nel pieno dell'era Berlusconiana dopo un ventennio abbondante di Berlusconismo.

Un film come "Il Divo" nasce film di culto. Ha un metodo narrativo che deve molto al video clip ma ogni sequenza merita attenzione, ci sono dei passaggi in cui si racconta un fatto architettando con brillante fantasia un carosello onirico che spiazza e fa riflettere, che aggiunge senz'altro una tensione emotiva alla scena in altri modi (quelli canonici) difficilmente ottenibile.

Non giudico nel merito una storia senz'altro filtrata dalla mente del regista, cerco di guardare tecnicamente (pur non avendone titolo) ad un film che resterà nella storia della cinematografia italiana per diversi motivi. 

Ma veniamo al dunque:

A' Sorrenti', l'altro giorno mentre leggevo nel mio ufficio (il cesso) un libro che grazie al cielo sta sbancando al botteghino (Profondo Nero), leggendo di una certa borsa in pelle che Enrico Mattei portava con sé durante il disastroso ultimo viaggio in Sicilia, la borsa che pare essere stata recuperata nel cratere di Bascapé da un misterioso uomo che parrebbe essere proprio l'Eugenio Cefis che di lì a poco prese in mano le redini dell'Eni e che pare essere il padre della Loggia Massonica P2; leggendo di certi appunti spariti in cui Mauro de Mauro, il giornalista ucciso dalla lupara bianca in Sicilia (in realtà il corpo non è mai stato trovato), aveva annotato - forse - le prove dell'attentato omicida a E.Mattei; leggendo del manoscritto andato perduto intitolato "Petrolio" per il quale Pasolini potrebbe esser stato ucciso....

Ecco leggendo di questi documenti "andati provvidenzialmente persi" che potrebbero fare chiarezza una volta per tutte su certi misteri rimasti irrisolti nel nostro paese mi sono venute in mente altre cose..

Del tipo: la famosa Agenda Rossa di Paolo Borsellino, il tristemente noto "papello" in cui mafia e politica gettano le basi di un sodalizio che dura tutt'oggi, la misteriosa valigia di Ilaria Alpi, i tracciati di volo ed alcune bobine scomparse in relazione all'incidente di Ustica, e chi più ne ha più ne metta (considerando anche l'inestimabile mole di documentazione esistente a prescindere dalla consapevolezza di inquirenti e opinione pubblica circa la sua effettiva esistenza [mi viene in mente quel che può esistere, specie in forma epistolare, sul "Caso Moro"]).

E' tollerabile pensare che tutto questo popò di roba sia andato totalmente distrutto da chi ne era in possesso?

O è più verosimile ipotizzare un mercato sotterraneo di questa documentazione, che passa d'in cassaforte in cassaforte, per assicurare potere ricattatorio a chi la possiede?

Storie di una Repubblica fondata sul sangue e sulle menzogne, un paese dove s'è combattuta una guerra fredda nella guerra fredda, un paese che tutt'oggi è un laboratorio con gli occhi di tutto il mondo civile su di sé.

E allora se io ho la valigetta in pelle di Enrico Mattei zeppa di documenti perlomento compromettenti la politica ed imprenditoria del tempo (e di riflesso quella odierna), col cazzo che la do alle fiamme. Sono Eugenio Cefis, non il figlio del "povero asciugamano bianco". Questa roba mi serve e se mi dovesse accadere qualcosa farei in modo che tutto il contenuto della valigetta venisse reso pubblico.

Ora Cefis è morto da 5 anni. E si può verosimilmente ipotizzare che la valigetta in pelle dell'Ing. Mattei sia iniziata a girare nel mercato.

Sarebbe bello che un buon regista come Sorrentino ci raccontasse la "Sua visione", con i dovuti risvolti e intrecci, di questo mercato molto probabilmelmente esistente.

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Coinvolti --->
giovedì, 02 luglio 2009 - 16:03

La lettera di Mazzarella viola il principio di terzietà del giudice
Il magistrato si colloca apertamente con una parte politica

Parzialità confessa
Il senso dello Stato

di ALDO SCHIAVONE, LA REPUBBLICA.

L'IDEA che ogni comportamento e ogni scelta personale di chi riveste funzioni pubbliche delicatissime debbano essere sottratti a qualunque obbligo - anche elementare - di opportunità, di misura e di riservatezza è semplicemente aberrante.

E rovescia nella sostanza delle cose - mentre pretende di applicarlo letteralmente - un caposaldo dell'etica liberale. Che questo modo di ragionare - dove si eleva l'anomia e l'arbitrio individuale a principio universale di condotta - sia quello di un giudice della Corte Costituzionale, se non arriva ancora a farci disperare del futuro del nostro diritto e della nostra Costituzione (c'è ben altro, per fortuna, alla Consulta), ci fa interrogare però con angoscia sul degrado del nostro discorso pubblico, e sul senso dello Stato che circola in ambienti giuridici e politici tutt'altro che marginali.

La lettera aperta che il giudice Mazzella ha scritto al presidente del Consiglio è un testo troppo meschino per essere veramente preoccupante dal punto di vista culturale: ci senti dentro un'aria di combriccole, di tavole imbandite, di domestiche fedeli e di chiacchiere, che nulla ha che fare con quello che dovrebbe essere lo spirito, il costume, lo stile mentale di un grande Servitore del diritto e della giustizia, quali che siano i suoi punti di riferimento ideali. I giudici costituzionali avrebbero da rispettare uno status, che qui risulta violato nella forma e nella sostanza. Non c'è nella lettera una sola parola che rimandi all'altissima funzione ricoperta da chi la scrive, e ai doveri che essa prescrive - doveri scritti e non scritti: nulla di nulla; un silenzio agghiacciante.

Il punto più grave è però un altro. Con questa lettera, il giudice Mazzella si colloca apertamente dal lato di una parte politica, di cui usa gli stessi argomenti, e dal cui fondo ideologico si rivela interamente catturato. A questo punto non ha importanza cosa si siano davvero detti nella cena con il presidente del Consiglio e con il ministro Alfano (anch'egli un suo vecchio amico, o convenuto alla bisogna?). Non ha importanza se abbiano o meno parlato di questo o di quell'argomento. Il giudice ora si è fatto parte - litem suam fecit, come si dice in quel latinetto che dovrebbe essergli familiare - e in un modo così clamoroso e intenzionale che sfiora la provocazione. E dunque non può giudicare in una contesa cruciale - il cosiddetto "lodo Alfano", appunto - per quella parte che egli ha così spudoratamente deciso di abbracciare pubblicamente. Come sempre in questi casi, la questione privata diventa inevitabilmente pubblica, e la dismisura dei comportamenti personali si trasforma in violazione di principi giuridici fondamentali.

A questo punto, il minimo che si possa chiedere è che il giudice scelga di astenersi dal partecipare alle sedute in cui la Corte, in autunno, sarà chiamata a giudicare sulla costituzionalità delle norme che assicurano l'impunità alle più alte cariche dello Stato. Egli, per atti concludenti, si è già espresso in merito, e, come sa benissimo, questo è inammissibile. Non è più questione di amicizia con il premier. È il principio della terzietà del giudice, che è stato violato con la sua lettera. Se ne renda conto, e faccia quanto deve: quanto noi tutti ci aspettiamo da lui. È ancora in tempo.

(2 luglio 2009)

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mercoledì, 01 luglio 2009 - 18:09

Mentre in Irlanda pronosticano una "lunga estate calda e turbolenta" per Silvio Berlusconi (sono convinto che lo sarà di più per noi sudditi), in Italia Domenico Cozzolino, il machoman fatto con lo stampino ex "corteggiatore" in un programma spazzatura di Maria De Filippi (non chiedetemi ulteriori spiegazioni: io la merda la evacuo, non la mangio), dichiara di essere ormai l'ex fidanzato di Noemi. La spiegazione che da al settimanale Diva e Donna è che "è stato allontanato dai famigliari perchè sapeva troppo".

Perdinci, che avrà saputo Cozzolino di così compromettente da comportare questo allontanamento coattivo? Probabilmente lo sapremo nelle prossime puntate del sequel di "Una Storia Italiana", il prezioso fotoromanzo che nel 2001 raggiunse a casa la pressochè totalità delle famiglie italiane, ed i cui imprevisti sviluppi stanno facendo il giro del pianeta da mesi, cagionando l'ilarità del mondo civile e non, e lo sdegno e la vergogna di migliaia di italiani all'estero (questa è vera: una volta gli stranieri ci dicevano "italiani = pizza, mafia e mandolino". Oggi dicono: "italiani = Berlusconi").

Intanto l'inchiesta di Bari sui Tarantini e gli appalti pilotati sulle forniture di macchinari sanitari, sul giro di prostitute che per magia mollano il mestiere più vecchio del mondo per candidarsi in politica, e sul giro di cocaina, giusto compendio per chi non si vuol far mancare proprio niente nelle serate alla "lucignolo bellavita", comincia a produrre i primi effetti concreti nel mondo della politica.

Nichi Vendola ha infatti azzerato la giunta regionale pugliese.

Buona lettura.

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